Pesa su di noi, sinistra riminese, il compito di giocarsi la sfida dell'egemonia culturale sull'idea di modernità.

ritratto di ferdinando_fabbri

E' stata utile la direzione provinciale del PD dello scorso 13 luglio. Forse troppo schiacciata dalla comunicazione sul percorso congressuale, comunque interessante per gli interventi ascoltati sul risultato elettorale e sul quadro politico che esso ci consegna.

Tuttavia si registra una strana aria dalla nostre parti. C'è una difficoltà evidente di riprendere con fecondità il filo del confronto e del ragionamento collettivo. Mi sembra, vorrei sbagliarmi, che ci sia una convergenza fra due diversi sentimenti, ambedue poco produttivi.

Da una parte, il gruppo dirigente ostenta una soddisfazione eccessiva per il risultato ottenuto vincendo in Provincia e in 15 comuni su 19: si parla del "progetto del PD riminese" che prosegue, della tenuta rispetto al voto politico di un anno fa, dei segnali positivi registrati nel ballottaggio, tralasciando, ahimè!, come quelli che nascondono la polvere sotto il tappeto, che negli ultimi 10 anni c'è stata una progressiva erosione del nostro elettorato, con il deficit di rappresentanza che si evidenzia nei quartieri costieri (da Bellaria a Cattolica) e che il centrodestra per la prima volta contende con noi a livello provinciale la leadership dei consensi.

Dall'altra, molti compagni e amici che non sanno più orientarsi, frastornati dalla via crucis nazionale del partito: perdono passione, sono sfiduciati, aspettano di capire meglio e preferiscono il paravento del silenzio che la pugnace voglia del confronto. Su tutto ciò, poi, l'incertezza di un Congresso che rischia di trasformarsi, strada facendo, nella ridotta mobilitazione dei soliti con l'esercito a casa o, peggio, sconsolato spettatore.

Bisogna uscire da questa tenaglia di ottimismo fuori luogo e di chiusura nella privata sfiducia/sofferenza. E bisogna farlo subito per tante buone ragioni. Ne evidenzio due in particolare.

Prima ragione. Dobbiamo stare dentro la realtà, coglierne le tensioni sociali e proporre soluzioni, programmi, opzioni. Capire cosa si muove anche a casa nostra è indispensabile, evitando di andare a spanne o per sentito dire. L'esperienza non basta più. Il colpo d'occhio è insufficiente. Ci sono processi sociali potenti che non assomigliano per nulla al passato.

Subito l'attenzione cade, infatti, sull'incremento poderoso della popolazione residente e con essa degli stranieri, arrivati ad essere ormai il 9% del totale. Parallelamente alla forte mobilità migratoria troviamo una progressiva mobilità e precarizzazione del lavoro dipendente e autonomo con l'aumento della partite iva, la nascita e mortalità frenetica di imprese, l'accentuarsi della destrutturazione del secondario spinta dalla crisi globale, la riorganizzazione del terziario che marginalizza, senza speranza, le tradizionali figure commerciali per affermare nuove gerarchie attorno alla grande distribuzione e a nuove relazioni di consumo e di servizio.

Quadro non solo nostro, si dirà. Figlio dell'economia che cambia in un mondo straordinariamente mutevole e complesso. Giusto. Però vi è una variante riminese che anticipa e fa lievitare determinati processi economici più che in altri territori, anche della regione, per la collocazione di frontiera che ha ed ha sempre avuto la nostra terra. Con conseguenze sociali che vanno colte.

La principale è il cambiamento del panorama antropologico del Paese a cui non sfugge la nostra comunità. A Rimini più che altrove per gli aspetti che ricordavo, sono cambiati negli ultimi anni molti dei tratti che caratterizzano le relazioni interpersonali, il modo di pensare la propria vita in rapporto a quello che sta fuori. Si è rafforzata un'idea di modernità basata sull'individualismo come unico punto cardinale, come difesa del proprio recinto dai troppi cambiamenti esterni.

Non voglio farla lunga con la società liquida, con le tante bussole che, l'una diversa dall'altra, lasciano il viaggiatore solo, con le sue paure. Semplifichiamo: Il punto è che vince un po' ovunque la cultura della furbizia, della scorciatoia, del condono perenne, della rabbia verso la politica, dell'uovo oggi, della riposta populista ai problemi sociali. E vince questa cultura perché sembra non esserci altro sul mercato delle idee.

La destra ci va a nozze. Prima di noi dà della risposte che convincono, che colgono le domande immediate su sicurezza, immigrazione, localismo, difesa di quello che ho oggi anche se domani sarà obsoleto. Te la do io la globalizzazione! Ci ricordano ogni giorno Tremonti e Bossi. E noi lì a fare appello al liberalismo democratico e al primato del consumatore (sic!), come se la società avesse perso i suoi connotati di classe. Ma la coesione sociale non può essere affidata al mercato!

Emerge così e si struttura una egemonia culturale della destra che, proprio per la mancanza di alternative di un centrosinistra confuso, diventa un rullo compressore. Non c'è egemonia politica senza egemonia culturale.

In questa regione e nel nostro territorio siamo riusciti a difenderci. Ma per quanto tempo ancora? Nella speranza che il congresso del PD ci aiuti a mettere in campo un partito a identità certa, pesa su di noi, sinistra riminese, il compito di giocarsi la sfida dell'egemonia culturale sull'idea di modernità, ovvero: cosa deve essere oggi, dentro un crisi economica sempre più dura, Rimini e la sua provincia se vogliono avere futuro?

Il discorso porta alla seconda ragione che spinge a muoverci con solerzia abbandonando, come dicevo, l'inutile ottimismo o, all'opposto, la sfiducia passiva.

Il voto del 6 giugno ha messo in campo una nuova leva di amministratori. Abbiamo fatto buone scelte sia nei sindaci che nel presidente della Provincia e con essi ottimi gruppi consiliari. Ora bisogna fare squadra senza indugi per capire, insieme, cosa si muove sotto il pelo dell'acqua di questo fiume in piena che spazza via, a partire dalla nostra terra, vecchie certezze e vecchie rendite. Stare dentro all'acqua che scorre veloce, fino al collo, con coraggio, su temi cruciali come: mobilità, sicurezza, cultura del limite, perequazione territoriale, visione strategica (Rimini porta regionale), sostegno alla piccola impresa e alle diverse forme di lavoro dipendente e autonomo, infrastrutture moderne a partire dall'università, qualità dell'offerta turistica.

Non abbiamo alternative se vogliamo continuare ad essere punto di riferimento della comunità locale. E abbiamo poco tempo, il 2011 è vicino.

Proprio per queste riflessioni, con alcuni amici e compagni riteniamo che si possa costituire uno spazio culturale che rappresenti, partendo dai temi programmatici, lo sforzo sincero di dare un contributo e che non vincoli chi intende parteciparvi: l'unico vincolo e portare le proprie idee e confortarle con gli altri per crescere insieme.

L'abbiamo chiamato "rete dei generosi" dove campeggia un utile ammonimento: "no correnti, no leader di riferimento, no patti, no party, no lobby, ma solo donne e uomini generosi che cercano di dare una mano attivando una rete che faccia leva sulle idee prima che sulle persone".

Un modo libero e vitale per una sinistra riformista riminese che abbia futuro.