


Nel mio impegno e lavoro, proprio negli ultimi anni, ancor più in questi mesi, ho toccato con mano l'urgenza di rispondere con fatti concreti ai bisogni di casa, di lavoro, di solidarietà di tanti. Scrivono, chiedono aiuto. Anche chi non immagineresti. Giovani, donne, uomini con o senza figli. Il disagio profondo è quello di trasmettere una vicinanza a parole che sai già domani non si tradurrà in un fatto. Non lasciare indietro nessuno e considerare la società come un organismo in cammino in cui i problemi devono trovare sbocchi in modelli di società coerenti, è un impegno civile troppo spesso abbandonato.
Le parole del nostro Vescovo Lambiasi in questi anni hanno segnato una riflessione importante sul senso e il valore della "comunità" , quando richiamavano l'urgenza di tutti quegli atti concreti delle persone che possono aiutare altre persone in difficoltà ed elevare il senso, la prospettiva, il posto nel mondo di un popolo: il diritto alla casa, il diritto a un'istruzione adeguata, il diritto al lavoro.
Oggi di fronte alla crisi economica, sociale e civica in uno smarrimento di identità nazionale, i grandi cambiamenti che ci attraversano - aumento dell'emigrazione, ripresa demografica, aumento della popolazione anziana, diminuzione delle opportunità di lavoro, famiglie in crisi - servirebbero politiche di un intero "sistema Paese" , addirittura dell'Europa. Il rischio è che in una società profondamente trasformata, parcellizzata, deformata, una società molecolare, le risposte arrivino casualmente, con una specie di fai da te egoistico. Al Nord, o al Sud, o in questo o quel territorio. Le ronde per "garantire" più sicurezza, i "bianchi Natali", la cassa integrazione dimezzata per i lavoratori.
Credo che con la sua proposta, la Regione Emilia Romagna non mini la centralità della famiglia ma voglia dare una risposta in termini di garanzie sociali animate dalla stessa filosofia che caratterizza l'esempio emiliano romagnolo: non permettere che alcuno resti indietro, venga dimenticato, discriminato. Credo che la nuova legge regionale, che allarga le tutele del welfare a tutte le forme di convivenza, significhi un'unica cosa: estendere i diritti e i servizi per rendere più coesa la comunità. In una società in cammino, infatti, io ci vedo come priorità la tessitura di relazioni sociali, umane, culturali che passano dalla conoscenza, dal lavoro, dalla scuola, da diritti che comprendano anche chi oggi non li ha. Nel nostro Paese, la famiglia è stata il maggior punto di resistenza alle difficoltà. Penso lo si possa sostenere qualsiasi siano i percorsi personali di ciascuno, credenti o non credenti. Oggi, con la proposta della Regione, non si tratta di sottrarre a qualcuno ma estendere a tutti. Avvicinare, far sentire meno soli tanti che oggi lo sono.
La polemica, la trincea delle ideologie fanno male quando in mezzo c'è una persona. Per questo - al di là di un dialogo tra Chiesa, Regione e comunità locali che deve trovare nuovo vigore anche individuando possibili, ulteriori punti di contatto - mi sento di esprimere la mia convinta appartenenza a un modello di civiltà solidale che interpreta i bisogni di una società e ne dà una risposta, partendo dai problemi veri.